Simone Fazio

Scritti

Temporali. Le icone di Simone Fazio e la rivisitazione storica della ferita

Enrico Turchi

«L’arte è un foro nel tempo, qualcosa che ne anestetizza la corsa».
Nicola Samorì

Come viviamo il tempo? Come lo rappresentiamo? Simone Fazio, classe 1980, artista poliedrico di origini modenesi ora con base a Castelfranco Emilia, si è prestato a interpretare una vicenda torica fosca, violenta, entrata a far parte di quelle cronache cavallesche che gli annali citano per ingegnosità e perfidia, avente come fulcro il feudo di Castelnuovo.

Mediante quelle scatole esplosive fabbricate «tutte in un giorno stesso, e quasi nella medesiama ora del tempo» in una torre del comune, Lanfranco Fontana ideò ex novo una forma di vendetta che non avrebbero potuto ispirare i mores di nessun'altra epoca, e che oggi come allora si rivela una summa, una parabola, un exemplum negativo del concetto stesso. Così «senza [far] stringer spada o abbassar lancia» nove persone persero la vita spettacolarmente, meschinamente, in quel 1562 che ne vide altre ferite, a frotte.

L'operazione di Simone Fazio, che ritrova qui le sue migliori qualità figurative di esecuzione, consiste in una impalcatura di dieci tavole a olio, piccole, quasi delle icone, che restitiuscono le figure dei fautori, delle vittime e dei superstiti, secondo le modalità che sono proprie all'artista. Emerge il portato di un fare manuale, partecipe, vivo, più alchemico che artigiano, mediante le sporcature delle tavole sia all'interno che ai lati, il protendersi di rossi grumi dalle figure, l'accanirsi e il tagliare che interessano quelle tele gà altrimenti ferite. Una vista che suscita temporali interiori, varchi nella storia delle ere. Ci sovviene l'iconologia legata a immagini di morte e di ferite, dalla Flagellazione alla Crocifissione di Cristo, dove storicamete, artisticamente il massimo grado di eleganza e di bellezza tocca colui che pur essendo partecipe del dramma della tortura, della sofferenza e del calvario non appare mai rappresentato in termini di declamata "bruttezza". Lo sfasamento tra i due piani, tra dato e frangente storico e la rappresentazione artistica, veicola diversi momenti semantici del sentire. La pienezza, il patire, il vivere la realtà in vece di una sua versione più edulcorata.

Una realtà "brutta", significante, quella di Simone Fazio, come testimonia la sua personale e carnale interpretazione del Golgota. Il climax che segue la disposizione delle tavole è una curva montante al centro e degradante sul fondo, verso la salvezza, quasi un'onda sonora, della sonorità che Simone predilige. Le distorsioni, le pause, le ferite, non sono allora quei volti impassibili, ma ancora i grumi, i tagli, le bruciature ai lati, gli stessi bordi, gli sfondi, aree cosiddétte marginali. La fissità di questi sguardi muti che urlerebbero altrimenti a piena voce, senza esitazione: "Guarda cosa ha fatto. Guarda cosa mi è capitato".

I fiori del male sullo sfondo della carta fiorentina legano nel loro dolore i fratelli Aurelio e Giovan Battista Bellincini, la bruciatura fisica da atto segreto e occulto diventa traccia manifesta e intenzionale nella tavola di Giovanni Giacomo Forni, lo scoppio causa un grumo di provocante rossore che erutta quasi dall'interno della pancia di una donna incinta, summa della strage dei Cambi, il cui gonfiore ricorda quello della modella legata alla Morte della Vergine del Caravaggio. Tutto collima nel recupero, nell'invito rivolti a una meditazione che nel linguaggio contemporaneo non può che avvinere tramite la ferita, lo squarcio della pratica quotidiana del pensiero e del sentire.