Simone Fazio

Scritti

Carico di Rottura

Testo usato dal curatore per introdurre la mostra "Carico di Rottura".

"È l'ultima pagliuzza che spezza la schiena del cammello” Proverbio.

il carico di rottura è il limite oltre il quale un sistema risulta definitivamente inservibile dal punto vista della resistenza.
in altre parole, oltre un certo carico, il sistema cede. si spezza. non funziona più.
ad un certo punto della vita è fisiologico raggiungere un punto critico e c’è sempre qualcosa di incontrollato, di inaspettato, che con un piccolo urto fa crollare la struttura. anche la più solida.
mi sono fidato. e tutto è crollato.
pensavo di avere costruito qualcosa, qualcosa di veramente bello e condiviso, vedevo il futuro nero ed incerto, ma avevo la speranza di una fiducia.
non era vero niente.

un giorno mi sono presentato in studio con abiti nuovi, con tre quadri di diverse dimensioni abbozzati ed incompleti, non intenzionato ad usare pennelli, con la vista sfocata dal caldo e dall’odio, e mi sono avventato con una mazzetta da 5 kg sulle opere appese al muro. avevo dipinto tre visioni della stessa nuotatrice.
volevo cancellare tutto il tempo passato ad impegnarmi e a sperare, volevo spezzare la schiena alla fibra che teneva insieme colore e forme, pensieri e tessuto nervoso, punire la mia mano che imperterrita continuava a dipingere nonostante la peste.
sollevare la pelle, slacciare i muscoli, eliminare il dolore.
ci ho impiegato molto, sono stato attento e meticoloso, nello sciogliere i legami che tenevano insieme il legno e la tela, polverizzandone in svariati punti la continuità, costringendo il tessuto a torsioni e pieghe che alla fine hanno ceduto in strappi e lacerazioni.
se fosse stata carne sarebbe stato macello.
poi ho fatto un mucchio e l’ho ammassato al centro di un muro della stanza.
non sono entrato in studio per diverso tempo. non ho dipinto per altrettanto tempo, il periodo più lungo da quando ho iniziato a 16 anni.
pensavo di smettere, di eliminare per sempre qualunque vicinanza parassitaria dettata dal mestiere “seducente” che può sembrare l’artista, o il pittore, nel mio caso.

un giorno riapro la porta e mi accoglie il caos.
fastidio.
il pulviscolo è intenso, la stanza ne è satura, la massa secca e polverosa che ho prodotto ne è la causa.
il legno, fratturato ed scomposto, ha ripreso a colare gocce di resina, e l’aroma ne ha avvolto al stanza. l’odore della pittura regna. è vivo.
ciò che mi si presenta di fronte è un cimitero di intenzioni, svuotato dalla sua forma originaria che ora non comunica più niente: eppure non è un sistema interrotto, qualcosa è rimasto a farsi osservare.
vedo un volto, che a fatica fa capolino tra i detriti, e un braccio, che lento si arrampica a cercare un punto indistinto nell’aria al di fuori della massa che lo imprigiona.
per una attimo sono meravigliato. non mi aspettavo di vedere forme umane fuoriuscire dal delirio di materia, eppure…
le forme che osservo sono quelle che avevo dipinto, le nuotatrici; i connotati di quel volto appartengono ad una tela che stavo dipingendo in piano, sulla tela tirata. l’azione del caos connesso alla distruzione è stata l’accensione per il punto critico del sistema “dipinti” , collasso, ne ha prodotto un cambio di forma e di struttura innaturali per una superficie pittorica. l’ultima forza impressa alla massa è stata la spinta contro il muro che ne ha dato probabilmente una centrifuga finale e, il fatto di non essermi più curato di ciò che non aveva più importanza, mi ha precluso alla visita gli ultimi movimenti di assestamento che sono stati l’inizio di una breve creazione involontaria.
la pittura dunque sopravvive a se stessa e , alla vista di uno spettatore, si manifesta.
il volto che vedo è composto superficialmente da tela dipinta, ma ha una struttura casuale interna fatta dalla stessa tela che si è avvolta su se stessa e dalle schegge di quello che fu il telaio di sostegno. è nella torsione del tessuto dipinto che è simulato il guizzo muscolare necessario alla torsione, allo spasmo, ed è proprio nelle pieghe esagerate e strizzate della tela che si avverte la carne.
nella distruzione avevo trovato un nuovo punto di inizio.
ci si domanda tanto a proposito della creazione, quanto durò?, da cosa prese forma?, chi innescò l’energia necessaria?, il miracolo della vita….. ma non ci si chiede nulla a proposito della distruzione, della fine. questa piccola imperfezione che trascina via gli elementi e li rimescola, generando caos e dolore, ma ricomponendo poi il tutto restituendocelo con una nuova veste, con una nuova forma.
migliore, peggiore? certe domande è meglio non farsele.

sono ripartito da qua.
l’interesse ora è nello studio della materia. il soggetto è puro pretesto, per lo più visioni di corpi e di volti. nella lunga estate senza senso che ho attraversato mi ha fatto compagnia lo studio dei mezzi della pittura, imparando a formulare una ricetta per comporre il colore ad olio partendo dagli elementi naturali che lo compongono, per approfondire al meglio tutto l’impianto tecnico che porta alla creazione di un’immagine e alla “dipintura” di essa. in questo modo posso accogliere la creazione e allo stesso tempo innescare la sua fine, giocando essere il creatore assoluto dei mondi interiori, imprimendo all’interno della pittura in progressione le tracce di quello che sarà il suo stesso decorso appena raggiunto un punto di resistenza. quando il sistema sarà in stallo, impossibilitato ad accogliere ulteriori sollecitazioni, mi limiterò ad osservare il raggiungimento del carico di rottura, sotto al quale l’opera collassa su se stessa e cambia forma.
sottopongo la mia pittura ad un carico critico e mi diverto a vedere il sistema cedere.
creazione e distruzione. incompleto. disadattato. terribilmente fervido. infinito.
d’altronde anche la pittura è solo una delle tante illusioni che ci concediamo per addomesticare lo spettacolo splendidamente orrendo del reale.