Simone Fazio

Scritti

Autoritratto

Alessandro Formigoni

Le nature morte di Simone Fazio mi hanno sempre colpito, anche se il motivo mi è tuttora ignoto e non credo si spieghi a livello razionale, ma neppure estetico, si tratta di stupore.
Mi colpisce il buio, come tanto mi affascinò in Bacon, dal “nessun luogo preciso” l’oggetto esce puro ma non platonico, l’oggetto è quell’oggetto, e questo potrebbe già bastare, ma c’è altro: l’allegoria e la storia.

L’allegoria, nell’oggetto musicale, di vivere in questa epoca e in questo luogo, la giovinezza, la nostra cultura, il nostro visual, le allegorie più strutturate, sia pur suggerite, di un’era di farmaci, carne (da macello) e testi ideologici che generano la storia e il destino;
allegorie, che per quanto “morte” sono aggressive, carnali, ci riguardano.

Il cd, in un tempo non lontano irrappresentabile artisticamente per la sua tecnologica modernità, il suo evocare più la matematica che non le onde sonore a differenza del vibrante vinile che faceva suonare il legno della casa, è ora nuovamente oggetto classico, come le cornucopie di frutta del ‘600, ora che la fruizione della musica è delegata a numeri senza un supporto preciso, da quando esiste e basta.
Il cd, diario di viaggio, emotivamente e spazialmente tridimensionale, oggi si fa mela, selvaggina e rame.

Simone mi dice che gli oggetti ci definiscono, io aggiungo che anche noi li definiamo e li carichiamo di parecchio non detto e nel rappresentarli li facciamo parlare, nella nostra lingua, di noi e di quanto ci possiedano, di quanto e perché li abbiamo posseduti.